“L’Europa tra speranza e smarrimento: il pensiero di Ratzinger sulla caduta del Muro di Berlino e il discorso di Ratisbona”
di Carlo Di Stanislao
Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino, simbolo tangibile della divisione tra due visioni del mondo. Fu un evento che suscitò entusiasmo e speranza, specie in chi vedeva nell’Europa una realtà da ricostruire su basi più solide, lontane dal materialismo marxista e aperte a un rinnovamento spirituale. Tra questi vi era Joseph Ratzinger, allora cardinale, che si impegnò nel dibattito sul futuro del continente. L’entusiasmo della caduta del Muro si tradusse in una rinnovata riflessione sulla direzione che l’Europa avrebbe dovuto prendere: sarebbe stata capace di ritrovare la propria anima o avrebbe semplicemente ceduto alle forze del relativismo?
Nei suoi scritti, Ratzinger individuava nella caduta del comunismo un segnale forte: l’idea che l’uomo potesse ridursi alla sola materia era fallita. Tuttavia, l’Occidente non colse appieno questa lezione. Se il marxismo era crollato, altre forme di relativismo e nichilismo continuavano ad avanzare, minando le fondamenta culturali e spirituali dell’Europa. La promessa di un ritorno ai valori cristiani, tanto auspicata da Giovanni Paolo II e dallo stesso Ratzinger, si scontrò con la resistenza di chi vedeva nella laicità un principio assoluto, fino al punto di escludere qualsiasi riferimento esplicito alle radici cristiane nella costruzione dell’Unione Europea. Era un segnale chiaro di una civiltà che stava smarrendo il legame con le proprie origini e che, nel tentativo di essere inclusiva, rischiava di perdere se stessa.
Un caso emblematico fu la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000. Mentre inizialmente si faceva riferimento all'”eredità culturale, umanistica e religiosa del continente”, il testo finale parlava solo di un generico “patrimonio spirituale e morale”. Per Ratzinger, questa scelta rifletteva una sorta di auto-negazione dell’Occidente, un atteggiamento che definì “patologico”. La stessa dinamica si ripresentò nel 2004 con il rifiuto di inserire Dio nel preambolo della Costituzione europea. Questa insistenza nell’eliminare le radici cristiane era, per Ratzinger, un sintomo di una crisi più profonda: il progressivo distacco dai valori trascendenti che avevano plasmato la cultura e la civiltà europee. La conseguenza di questa scelta sarebbe stata una crescente fragilità morale e sociale, con il rischio di un’Europa incapace di difendere la propria identità.
Il rischio, secondo il futuro Papa Benedetto XVI, è che senza fede anche la ragione perda il suo equilibrio e che la morale e il diritto vengano privati del loro fondamento più profondo. L’Europa rischia di trasformarsi in una semplice entità economica e tecnologica, dimenticando il suo storico ruolo di guida culturale e spirituale. Tuttavia, Ratzinger non si abbandonò al pessimismo: vedeva nei cristiani una “minoranza creativa”, capace di continuare a testimoniare i valori essenziali per il futuro dell’umanità. Questa minoranza, secondo lui, non doveva chiudersi in un atteggiamento difensivo, ma anzi impegnarsi attivamente nel proporre con convinzione una visione del mondo capace di integrare fede e ragione, spiritualità e progresso.
A distanza di decenni dalla caduta del Muro, il dibattito su identità e valori europei rimane aperto. L’Occidente deve scegliere se accettare il proprio passato, con le sue luci e ombre, oppure rinnegare se stesso in nome di un relativismo che rischia di svuotare la società di significato. Forse, come suggeriva Ratzinger, la risposta non sta in una sterile contrapposizione tra fede e ragione, ma in un recupero dell’armonia tra queste due dimensioni, essenziali per la costruzione di un futuro autenticamente umano. Se l’Europa saprà riscoprire la propria identità profonda, potrà tornare a essere un faro per il mondo, non solo nel campo economico e tecnologico, ma anche come punto di riferimento per una civiltà che valorizza la dignità dell’uomo e il senso della sua esistenza. Per raggiungere questa condizione, l’Europa deve essere disposta a confrontarsi con la propria storia, accogliendo la ricchezza delle sue radici cristiane, ma anche saper sviluppare una visione che non ceda al relativismo, ma anzi sappia integrarlo, garantendo una cultura del dialogo e della tolleranza senza rinunciare alla propria identità.
Il discorso di Ratisbona del 2006 di Papa Benedetto XVI offre un’ulteriore riflessione in questa direzione. Durante quel celebre intervento, Ratzinger sottolineò il pericolo di un’impostazione puramente razionalista che escludesse il contributo della fede nella formazione di una cultura autenticamente umana. La sua tesi era chiara: la ragione, se separata dalla fede, rischia di diventare cieca e incapace di cogliere la pienezza dell’esistenza umana. Il dialogo tra religione e ragione, come ha sostenuto, è necessario non solo per l’Europa, ma per l’intero mondo, come antidoto a quella separazione che rende sterile il pensiero umano. Questo principio ha conseguenze fondamentali per l’Europa di oggi: una civiltà che rifiuta il dialogo tra fede e ragione rischia di perdere il senso di quello che significa essere veramente umani.